venerdì, 28 luglio 2006

Questo titolo sembra una recente canzone di Luciano Ligabue, ma con la musica, ha poco a che fare.

 Riecheggiamenti di carattere medioevale ci portano a ricordare la frase "mille e non più mille".

Adepti di sette millenariste vanno ancora predicando immani catastrofi senza ricordare che nell’anno 1000 non finì il mondo, come non finì nell’anno 2000 (per fortuna).

Oltre le divinazioni non proprio rassicuranti dell’Apocalisse di Giovanni, ci sono gli oracoli sibillini, (testi apocrifi giudaico/ellenici del II secolo d. C.) che non fanno altro che rafforzare le previsioni dolorose di Giovanni.

Secondo la civiltà Maya, ci furono cinque età cosmiche:

·        Acqua

·        Aria

·        Fuoco

·        Terra

·        Oro

Le prime quattro sarebbero terminate con tremendi sconvolgimenti ambientali.

E la quinta età? Quella dell’oro? E’ proprio la nostra…….. e, terminerà secondo gli studiosi nel 2012.

Cosa sopraggiungerà? Altri scenari Apocalittici? Per avere una risposta sarà sufficiente aspettare altri sei anni.

 

"Tempo di spade, tempo d’asce, gli scudi andranno in pezzi; età di bufere, età d’uomini che si fanno lupi, prima che il mondo rovini.

Un inverno di tre anni chiuderà la Terra nella morsa del gelo. Poi i due lupi Skoll e Hati divoreranno la Luna e il Sole, mentre le stelle cadranno dai loro punti fissi. Persino Yggdrasil, l’albero della vita, sarà scosso con violenza.
Le montagne si scuoteranno, le foreste si sradicheranno dal suolo, i monti rovineranno alla cima, ostacoli e vincoli saranno spezzati.

Il gigantesco lupo Fenrir, l’immenso Serpente di mare Jormungand e la dea degli inferi Hel furono generati dal malefico dio Loki e a Ragnarok saranno liberati…………”.

In questo modo gli antichi Norvegesi e Svedesi descrivevano la fine dei tempi nei loro racconti mitologici.

 

Per non parlare poi delle quartine di Nostradamus, veri e propri calamitosi oracoli e, in tempi recentissimi, anche Hollywood ci si mette a rendere il tutto più allegro, con i film a trama catastrofica (impatti con meteoriti o comete, nuove ere glaciali, terremoti ecc…).

 

In conclusione!

L’uomo dall’antichità fino ai nostri giorni, è sempre stato un po’ iettatore, quindi l’umanità, non deve tormentarsi più di tanto con previsioni inattendibili sul proprio futuro, per almeno altri cinque miliardi di anni.

 

Sì perché per onore del vero, una fine del mondo ci sarà, ed è anche spiegabile scientificamente.

Tutto ciò che è stato creato ha una nascita ed una morte, questa è una legge naturale da cui nessun essere vivente e non, può sfuggire.

Perché fra cinque miliardi di anni? Ve lo spiego cosi:

 

Il nostro Sole ha una vita media di circa 10 miliardi di anni.

Adesso, ha praticamente “vissuto” 5 miliardi di anni.

Tra ulteriori cinque miliardi di anni purtroppo morirà, ma prima di spegnersi definitivamente darà inizio ad una serie di tragici mutamenti.

Aumenterà la temperatura della sua fotosfera fino a sciogliere le calotte polari terrestri, quindi aumenterà di dimensioni diventando una stella definita dagli astronomi gigante rossa.

In questa fase che ci riguarda più da vicino, sarà talmente grande che “inghiottirà” i pianeti Mercurio, Venere e purtroppo anche la Terra.

Brucerà tutto il suo combustibile, (idrogeno ed elio) infine si contrarrà moltissimo diventando in gergo astronomico nana bianca, (vale a dire una piccola stella molto luminosa e compatta).

Questa fase durerà milioni di anni, fino a diventare sempre in gergo astronomico, una nana nera, (la morte definitiva del nostro sole), che toglierà definitivamente luce e calore anche agli altri pianeti del nostro sistema solare.

 

Ma cinque miliardi di anni sono un’infinità e l’uomo, ne sono convinto! Sarà talmente progredito, da trovare un altro pianeta simile alla Terra in un altro sistema solare della nostra Galassia dove poter vivere, gioire e soprattutto amare.

                                                          

Sussurrato da: ArepoSator alle ore 20:25

sabato, 22 luglio 2006

Per inspiegabile che sembri, la data di nascita di Cristo non è nota.I vangeli non ne indicano né il giorno né l’anno, fu assegnata la data del solstizio d’inverno perché in quel giorno in cui il sole comincia il suo ritorno nei cieli boreali. Quello che stupisce è che la data del 25 dicembre, prima di diventare celebre come “compleanno di Gesù”, sia stata giorno di festa per i popoli di culture e religioni molto distanti tra loro, nel tempo e nello spazio. Agli albori dell’umanità, esisteva un ricco calendario di feste annuali e stagionali e di riti di propiziazione e rinnovamento. I popoli nel periodo primitivo della loro esistenza erano intimamente legati al “ciclo della natura” poiché da questo dipendeva la loro stessa sopravvivenza.  Al tempo, la vita naturale appariva indecifrabile, incombente, potente espressione di forze da accattivarsi; era un mondo magico. L’uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito cercava di “fare amicizia” con questa o quella forza insita in essa. Al centro di questo ciclo c’era l’astro che scandiva il ritmo della giornata, la “stella del mattino” che determinava i ritmi della fruttificazione e che condizionava tutta la vita dell’uomo. Per quest’ultimo, temere che il sole non sorgesse più, vederlo perdere forza d’inverno riducendo sempre più il suo corso nel cielo, era un’esperienza tragica che minacciava la sua stessa vita. Perciò, doveva essere esorcizzata con riti che avessero lo scopo di evitare che il sole non si innalzasse più o di aiutarlo nel momento di minor forza. È proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste collegate al solstizio d’inverno. Durante queste feste venivano accesi dei fuochi (usanza che si ritrova nella tradizione natalizia di bruciare il ceppo nel camino la notte della vigilia) che, con il loro calore e la loro luce, avevano la funzione di ridare forza al sole indebolito. Spesso questi rituali avevano a che fare con la fertilità ed erano quindi legati alla riproduzione. Da qui l’usanza, nelle antiche celebrazioni, di danze e cerimoniali propiziatori dell’abbondanza e in alcuni casi, come negli antichi riti celtici e germanici, ma anche romani e greci, di accoppiamento durante le feste. Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente “sole fermo” (da sol, “sole”, e sistere, “stare fermo”). Se ci troviamo nell’emisfero nord della terra, nei giorni che vanno dal 22 al 24 dicembre possiamo infatti osservare come il sole sembra fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore. In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della “declinazione”, cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse tenebre. E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo “Natale”. Questa interpretazione “astronomica” può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro. Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del sole, e gli antichi, pare strano, conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri. Ma la cosa più stupefacente di tutto ciò è che il 25 dicembre è associato al giorno di nascita o di festeggiamento di personaggi divini risalenti anche a secoli prima di Cristo.


Per citarne alcuni:

Il dio Horus egiziano.
I mosaici e gli affreschi raffiguranti immagini di Horus in braccio a Iside ricordano l’iconografia cristiana della Madonna col bambino, tanto da indurci a credere che in epoca cristiana, per ovvi motivi, alcune rappresentazioni di Iside e Horus, spesso raffigurato come un bambino con la corona solare sul capo, furono probabilmente “riciclate”.

Il dio Mitra indo-persiano
Quello di
Mitra fu il culto più concorrenziale al cristianesimo e col quale il cristianesimo si fuse sincreticamente. A proposito, anche Mitra era stato partorito da una vergine, aveva dodici discepoli e veniva soprannominato “il Salvatore”.

Gli dei babilonesi Tammuz e Shamas

Nel giorno corrispondente al 25 dicembre odierno, nel 3000 a.C. circa, veniva festeggiato il dio Sole babilonese Shamash. Il dio solare veniva chiamato Utu in sumerico e Shamash in accadico. Era il dio del Sole, della giustizia e della predizione, in quanto il sole vede tutto: passato, presente e futuro.
In Babilonia successivamente comparve il culto della dea Ishtar e di suo figlio Tammuz, che veniva considerato l’incarnazione del Sole. Allo stesso modo di Iside, anche Ishtar veniva rappresentata con il suo bambino tra le braccia. Attorno alla testa di Tammuz si rappresentava un’aureola di 12 stelle che simboleggiavano i dodici segni zodiacali.
È interessante aggiungere che anche in questo culto il dio Tammuz muore per risorgere dopo tre giorni.

Dioniso
Nei giorni del solstizio d’inverno, si svolgeva in onore di Dioniso una festa rituale chiamata Lenaea, “la festa delle donne selvagge”. Veniva celebrato il dio che “rinasceva” bambino dopo essere stato fatto a pezzi.

Bacab

Era il dio Sole nello Yucatan; si credeva che fosse stato messo al mondo dalla vergine Chiribirias.

Il dio Sole inca Wiracocha
Il dio sole
inca veniva celebrato nella festa del solstizio d’inverno Inti Raymi (festeggiata il 24 giugno perché nell’emisfero sud, essendo le stagioni rovesciate, il solstizio d’inverno cade appunto in giugno).

Ovviamente i primi citati in questa rapida carrellata devono aver influito alquanto nella creazione del cristianesimo.
Riguardo invece ai culti solari precolombiani è interessante notare come i tempi e i simboli del sacro siano comuni a civiltà così distanti fra loro. Questo dovrebbe far sorgere più spesso il sospetto di un’origine comune delle religioni tramite uno studio comparato delle stesse alla ricerca del significato della vita.Invece, ottusamente ci si continua ad adagiare su fedi antropomorfiche dogmatiche e più o meno esplicitamente intolleranti nei confronti delle altre.
Sussurrato da: ArepoSator alle ore 22:41