lunedì, 21 agosto 2006

L'anello è il più personale dei gioielli e la sua forma senza soluzione di continuità è simbolo di completezza ed eternità; rileva un vincolo, un destino comune; è segno d'alleanza, d'amore o di devozione.

Per questo è scambiato tra fidanzati e sposi, tra amici e amanti, poiché suggello di un patto e dono di sé compare anche nelle cerimonie di consacrazione religiosa e d’incoronazione.

Celebrato nei giochi, nelle filastrocche, nelle formule magiche, l'anello compare in moltissime leggende ove si racconta d’anelli incantati o dotati di poteri infausti.

Ricordiamo l'anello di Gige, pastore al servizio del re di Lidia, che, come racconta il filosofo greco Platone, aveva il potere di rendere invisibili quando il castone (la parte dell’anello che accoglie e fissa la pietra centrale), era rivolto all'interno della mano, a simboleggiare che le forze autentiche sono in noi stessi; l'anello di ferro di Prometeo, su cui era incastonato un frammento di pietra in ricordo della rupe del Tartaro cui il titano era stato incatenato per essersi ribellato a Zeus; l'anello di re Salomone, cui egli doveva la sua saggezza, simbolo del demonio spirituale e materiale sugli altri esseri; e l'anello d’Alberico il Nibelungo, forgiato con l'oro del Reno, che dava potere sul mondo e morte violenta.

Furono probabilmente gli Egizi i primi a fabbricare anelli; si trattava di larghe fasce che erano indossate come braccialetti, una su ciascun polso. Gli antichi Greci entrarono in contatto con i Persiani, notarono che i capi portavano braccialetti come segno di rango. I Greci copiarono l'idea e offrirono braccialetti ai propri soldati come ricompensa per il loro valore e forgiarono braccialetti in miniatura, che le spose greche portavano come anelli.

Da secoli il quarto dito della sinistra ha un significato speciale. I Greci e, in seguito, i Romani lo chiamavano "dito medicato", ritenendo che una vena unisse la punta dell'anulare sinistro al cuore. Questo dito era sempre usato per agitare le pozioni.

Poiché i matrimoni erano considerati una questione di cuore, era giusto che fosse l'anulare sinistro a portare l'anello nuziale.

Macrobio, studioso romano, dichiarò che con un anello su questo dito i sentimenti del cuore non potevano sfuggire.

Dato che nell'antica Roma l'anello più importante era quello matrimoniale, simbolo della fede reciproca degli sposi, ancor oggi l'anello nuziale si chiama "fede".

Gli Ebrei copiarono l'uso romano dell'anello, per sigillare il legame fra marito e moglie e dagli Anglosassoni, derivò la moda che gli anelli nuziali fossero d'oro semplice, poiché questo metallo simboleggia la fedeltà e la costanza.

A Roma era severamente regolato il diritto di portare anelli secondo la classe sociale, della carica militare, dello stato.

C'era l’anello d'oro per gli ambasciatori e i magistrati, l'anello coniugale, l'anello in ricompensa per imprese militari, come quello trionfale.

Nella cultura cristiana, quando è indossato da religiosi, l'anello rappresenta le nozze mistiche con il Signore.

Ricordiamo l'anello episcopale, d'oro con il castone di ametista; l'anello cardinalizio, ornato di un rubino; l'anello del Pescatore, offerto al pontefice dopo l'elezione, raffigurante San Pietro nell'atto di tirare le reti sulla barca ("ti farò pescatore di anime"), con inciso intorno il nome del papa.

Quando il pontefice muore, l'anello (che è di bronzo dorato, con l'immagine incisa su un cristallo di rocca) è distrutto.

Ancor oggi a Venezia si celebra solennemente ogni anno lo sposalizio col mare, il giorno dell'Ascensione.

Secondo la tradizione nata intorno l’anno Mille, il doge, salito sul Bucintoro con il clero e gli ambasciatori, si dirige verso il lido; arrivato all'imboccatura del porto, lancia un anello nell’Adriatico, a simboleggiare lo sposalizio della città col mare su cui domina.

A poco a poco, però, già nell’antichità e sempre più in epoca moderna, l’anello perdette la sua funzione simbolica per diventare semplicemente un oggetto ornamentale.

 

                                                     

 

 

 

 

 
Sussurrato da: ArepoSator alle ore 16:52

venerdì, 18 agosto 2006

 

Articolo tratto da:  www.edicolaweb.net

 

Ricercatori italiani hanno annunciato che scavi archeologici potrebbero presto svelare il mistero che circonda la spada sepolta in un’abbazia toscana.
Conosciuta come la Excalibur toscana, si dice che la spada sia stata infissa in una roccia nel 1180 da Galgano Guidotti, un cavaliere medioevale che rinunciò alla guerra e ai beni mondani per divenire un eremita.
Costruita in sua memoria, l’evocativa abbazia gotica di Montesiepi, presso la città di Siena, preserva ancora la spada in una piccola cappella!
Solo l’impugnatura e pochi centimetri di lama protrudono dalla roccia, nella forma di una Croce.
"La spada è stata considerata un falso per molti anni, ma la datazione del metallo nel 2001 ha indicato le sue origini medioevali. La composizione del metallo non mostra l’uso di leghe metalliche e lo stile è compatibile con quello delle spade del XII secolo" - ha dichiarato Luigi Garlaschelli, uno scienziato ricercatore dell’Università di Pavia.
Per l’estate, Garlaschelli spera di scavare l’area attorno alla spada, alla ricerca del corpo del cavaliere.
Infatti, analisi con radar di penetrazione del suolo hanno rivelato la presenza di una stanza di 6 piedi e mezzo per 3 sotto la spada.
"Potrebbe essere la tomba di Galgano, cercata per circa 800 anni" - ha dichiarato Garlaschelli.
La figura di Galgano Guidotti, che si dice sia nato nel 1148 a Chiusdino, presso Siena, è circondato da mistero e leggenda. Non sono mai state trovate prove della sua identità storica né testimonianze certe nei documenti del tempo.
Si racconta che Galgano Guidotti fosse un cavaliere arrogante e presuntuoso, che s’isolò in una grotta e divenne un eremita dopo avere avuto una visione dell’Arcangelo Michele.
La leggenda vuole che Galgano fu convinto da sua madre ad incontrarsi con la sua bellissima ex-fidanzata; sulla via di casa, Galgano fu disarcionato dal suo cavallo, mentre passava presso Montesiepi, una collina presso Chiusdino. Qui, un’altra visione gli disse di rinunciare alle cose materiali. Galgano obbiettò che sarebbe stato difficile come dividere una roccia in due con una spada. Per dimostrare quel che diceva, colpì una pietra con la sua spada. Invece di rompersi, la lama penetrò nella roccia come fosse burro.
Galgano decise allora di isolarsi di nuovo ove era rimasta conficcata la sua spada e qui rimase fino alla morte, nel 1181.
Garlaschelli ammette che lo scavo non potrà però svelare un altro dei misteri che circondano la spada: se effettivamente la "Excalibur" toscana sia antecedente o no la leggenda di re Artù.
Se la spada si data realmente al 1180, decenni prima del primo riferimento letterario alla "spada nella roccia", ciò supporterebbe la teoria che i miti celtici di re Artù e della sua spada Excalibur abbiano avuto origine in Italia, dopo la morte di Galgano.
"Ulteriori evidenze potrebbero giacere sotto la roccia, ma i collegamenti arturiani sono praticamente impossibili da provare. Rimarrà uno dei molti misteri che circondano San Galgano. Studi multidisciplinari sarebbero necessari per comprendere cosa nasconde la collina di Montesiepi. Nel frattempo, siamo tutti ansiosi di vedere i risultati di questo scavo" - ha dichiarato Maurizio Cali, presidente dell’associazione Progetto Galgano.

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La "vera" spada nella roccia.

Immagine tratta dal Web

Sussurrato da: ArepoSator alle ore 12:07

martedì, 15 agosto 2006

C’è una cosa che ci prende tutte le notti, ci accompagna dall’inizio alla fine della nostra vita e, assomiglia tanto alla morte!
E’ il Sonno.

 C’invade e ci doma, ma che non siamo ancora riusciti a decifrare nella sua vera essenza.

Scienza, psicologia, psicanalisi, filosofia e religione non sono bastate a spiegarlo, a dargli un senso.
Nell’antichità la divinità del sonno era Hypnos, da cui deriva oggi il termine Ipnosi.

Il Sonno sembra essere, fin dalle origini, la parte più “dolce” della scoperta della nostra ombra, del nostro indecifrabile “Io”.

Hypnos è figlio della Notte, nato da un parto gemellare insieme a Thanatos, la morte. Al contrario di Thanatos, che induce gli uomini ad un riposo “eterno”, ad una vita nell’Ade, Hypnos, il Sonno, li addormenta dolcemente, accompagnandoli nell’esplorazione di realtà parallele.
I sogni accompagnano Hypnos nei suoi viaggi; la divinità dei sogni è suo figlio Morfeo, che si mostra a coloro che dormono sotto molteplici aspetti, forme, figure…Morfeo, che dal greco morphe, infatti, significa “forma”, è la divinità della “meta-morfosi”, della trasformazione.

 Il sogno compare e scompare, è un continuo divenire, durante e dopo la notte.

 I nostri sogni mutano nel racconto e prendono la forma del momento, non sono catturabili.

 Allo stesso tempo il sonno e il sogno sono “cura”, e allora come oggi sono “consiglieri”, sono fonte di “rinascita”, di “risveglio”, sono “momenti di essere” cui non possiamo declinare.

Il sonno quindi è una preparazione, un allenamento ad un sopore eterno!

Alla Morte.

Sussurrato da: ArepoSator alle ore 17:20

sabato, 05 agosto 2006

Ieri, passeggiando per il centro di L'Aquila, mi è sopraggiunto il desiderio di rivedere il mio vecchio vicolo, dove sono nato e vissuto fino all’età di venti anni.

Era tanto che non facevo una passeggiata da solo di lì e mentre lo risalivo, i ricordi tornavano vivaci nella mia mente! Camminando adagio, per godere appieno di quella sensazione strana che la mente mi regalava, sono arrivato davanti alla porta della mia vecchia casa.

Soffermandomi davanti ad essa, mi sono emozionato, perché dall’uscio dell’abitazione, ho immaginato mia nonna che mi chiamava nei pomeriggi d’estate per la merenda.

Dio come mi manca quella voce!

Tutto di quel vicolo mi è rimasto impresso e, mi è sembrato strano non ritrovare le stesse facce, il chiacchierio delle famiglie, l’odore del pane appena sfornato che produceva un forno lì vicino, come mi è sembrato incredibilmente emozionante ritrovare dopo tanti anni, le iniziali mie e di Anna (il primissimo amore) all’interno di un cuore, inciso da me  con un temperino, su un vecchio portone di un basso rimasto immutato nel tempo.

Purtroppo, l’amato vicolo non è più com’era! Le automobili parcheggiate sono quintuplicate, le grida allegre di noi ragazzi, si sono trasformate nel rumore del traffico che si ode dalla vicina Via Roma, un tempo quasi deserta! Non ci sono più neanche i richiami dei rondoni, che costruivano il nido sotto i tetti delle case.

Il tempo passa! E’ inesorabile, crudele e come cambia le cose! Le trasforma senza mai chiedere il permesso.

Lui ha tempo infinito.

A noi che non ne abbiamo, rimangono immutati... solo cari ricordi.

                                                          

                                                       

 

 

Sussurrato da: ArepoSator alle ore 10:05