mercoledì, 20 dicembre 2006

    Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera.

    (S. Quasimodo)

Sussurrato da: ArepoSator alle ore 14:48

domenica, 17 dicembre 2006

Oggi voglio fare un po’ il campanilista, sì perché ho avuto una piccola discussione con un gruppo di romani, che rivendicavano le origini della pasta all’amatriciana laziali e non abruzzesi.

L’amatriciana bianca e rossa, (si perché ne esistono, per onor del vero due e, l’originale è proprio la prima chiamata gricia), fa parte a buon diritto della più classica tradizione della cucina italiana e nello specifico, abruzzese.

Ricetta fatta di cose semplici, che si realizzano facilmente, senza cavilli e senza ricorrere ad ingredienti astrusi, quali panna, cognac, bacon o via dicendo.

Magari qualche buon guanciale leggermente stagionato al fumo di un camino, come si usava nelle cucine di campagna di una volta, quello sì!

Gli ingredienti primari sono il guanciale di maiale, ed il pecorino ben stagionato, poi della buona pasta (mai ammassata) cotta al dente, spaghetti o bucatini ed un po’ di passione dietro ai fornelli.

Amatrice è una cittadina (ORA), in provincia di Rieti a 955 s.l.m., tra Abruzzo, Marche e Lazio, inserita tra i Parchi dei Monti della Laga e dei Sibillini, vicino L’Aquila, a nemmeno due ore di macchina da Roma, e a 45 minuti da Ascoli Piceno.

Il paesaggio è incantevole, simpatici ed accoglienti gli abitanti.

Da visitare le chiese di S. Agostino e di S. Francesco.

Vi spiego finalmente, perché affermo che la buonissima amatriciana ha origini abruzzesi.

La Provincia di Rieti, fu istituita nel 1927, affrancando una parte del territorio delle Province di L’Aquila e di Roma.

Fino al 1927, quindi, Amatrice faceva parte della provincia di L'Aquila (capoluogo d'Abruzzo) e la pasta all’amatriciana, cucinata col soffritto di maiale e il formaggio pecorino, può definirsi quindi, a tutti gli effetti una ricetta nata in terra abruzzese, tipica delle famiglie dei pastori ove era naturale l’impiego di questi elementi base.

La vera ricetta, le cui origini si perdono nel tempo, è in bianco; l’aggiunta del pomodoro è un’evoluzione più recente, tenuto conto che l’uso del pomodoro nella cucina italiana è relativamente moderno, riconducibile agli anni seguenti alla scoperta dell'America, quando iniziò la coltivazione della nuova specie, importata da quelle lontane terre.

Vi riporto ora le ricette originali:

 AMATRICIANA BIANCA (o Pasta “alla gricia”)

Ingredienti per 4 persone.

         ½ guanciale di maiale al pepe (non la pancetta!)

        1 etto abbondante di pecorino ben stagionato, grattugiato.

       ½ bicchiere di latte fresco

        ½  Kg. Spaghetti o Bucatini, ma i secondi non sono nella ricetta originale (consigliati: De Cecco )

        pepe nero da macinare al momento.

 

Pulire bene il guanciale, asportando la cotenna e tutte le parti gialle. Tagliarlo a fettine spesse ½ cm. e poi ridurle “a fiammifero”. Si raccomanda l’uso del guanciale e non della pancetta. La pancetta è ricavata dalla pancia del maiale, il guanciale dal muso, quindi un grasso più “nobile”, buono e profumato!

In una padella comoda (meglio se di ferro – come si usava una volta – leggermente unta) far soffriggere, senza nessuna altra aggiunta di olio, il guanciale fino a che non diventa di un bel color “dorato”, con la parte grassa morbida e quella magra croccante.

Far cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata e al dente ( 2 minuti in meno, rispetto al tempo consigliato sulla confezione).

In una terrina versare la metà del pecorino grattugiato fresco e con l’aggiunta di poco latte fresco freddo, o d’acqua fredda, amalgamarlo fino ad ottenere un composto cremoso ed omogeneo.

Appena scolati gli spaghetti versarli nella padella e rigirarli nel soffritto di guanciale che avrete fatto riposare da almeno cinque minuti, indi versarvi la “pastellina” col pecorino e mescolarli velocemente. Cospargere con il rimanente pecorino e una buona macinata di pepe nero fresco. Servire subito.

 

AMATRICIANA ROSSA 

Ingredienti per 4 persone:

         ½ guanciale di maiale al pepe

        1 etto di pecorino grattugiato

       1 Kg. di pelati

       ½ Kg. di spaghetti o bucatini, ma i secondi non sono nella ricetta originale   (consigliati De Cecco )

         ¼  bicchiere di vino bianco secco.

 

Procedere con il guanciale come per la precedente ricetta, riducendolo “a fiammifero”. Farlo soffriggere in una padella molto grande, senza aggiunta di altro olio, spruzzarlo poi con ¼  di bicchiere di vino bianco fino a che non diventa croccante.

Scolare in un piatto la metà del guanciale e lasciarlo da parte, indi versare nel soffritto i pelati, privati di un po’ del liquido di governo, e farli evaporare a fuoco moderato per dieci minuti rigirando di tanto in tanto. Lasciare riposare per una decina di minuti, e poi amalgamare nel sugo due buone manciate di pecorino grattugiato. Cuocere gli spaghetti al dente e appena scolati versarli subito nella padella con il sugo ancora tiepido e il guanciale croccante messo da parte. Mescolare amalgamando bene il tutto e cospargere con altro abbondante pecorino. Servire subito.

 

BUON APPETITO! E se qualcuno dice che la pasta all’amatriciana è un piatto laziale, voi dite che sono in errore perché è ABRUZZESE.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare…!

 

 

Gianni.

 

Sussurrato da: ArepoSator alle ore 22:00

venerdì, 15 dicembre 2006

Se la domanda può sembrarvi offensiva o la risposta ovvia, continuate a leggere.

In molti paesi cristiani durante il Cinquecento, la festa del Natale era quasi scomparsa e in Inghilterra e in America, un secolo dopo, i cittadini la celebravano con la paura di essere puniti.

La confusione circa le origini del Natale, giunge dal fatto che è difficile dire con esattezza quando ebbe inizio la festività, almeno come la conosciamo oggi.

Una festa che ha una certa somiglianza con il Natale, Sacaea, era celebrata migliaia d’anni prima della nascita di Cristo.

Nel 2000 avanti Cristo, nell'attuale Iraq, una festa di cinque giorni, con scambio di doni, spettacoli e processioni, segnava la fine dell'inverno e salutava l'inizio dell'anno nuovo.

È probabile che queste usanze si siano diffuse dall'Oriente all'Europa centrale, influenzando le festività che qui venivano già celebrate, molte delle quali erano legate a cambiamenti stagionali, alla crescita e alla mietitura delle messi.

Nel cuore dell'inverno, per esempio, la gente accendeva falò, nella speranza di far rinascere il sole morente e di apportare calore al terreno.

Inoltre, le case erano decorate con sempreverdi, agrifoglio e rami d'abete per mostrare ai semi dormienti e alle piante senza vita che non tutto era morto.

Quando poi il sole tornava a splendere, in primavera, la gente era felice del miracolo e prometteva di ripetere la magia.

Più a nord, lungo il Baltico e la Scandinava, una festività invernale nota come Yule era dedicata agli dei Odino e Thor. Grandi ceppi bruciavano, menestrelli cantavano, leggende famose erano raccontate e gli abitanti dei villaggi bevevano avidamente da corna colme d’idromele.

In tutto il mondo romano, in età imperiale, si celebravano i Saturnali in onore di Saturno, di cui Domiziano fissò la durata dal 17 al 23 dicembre, periodo in cui il sole raggiunge la massima distanza dall'equatore (solstizio d'inverno).

In quei giorni, i Romani ricoprivano le case d’alloro e di fronde verdi, organizzavano festeggiamenti che spesso finivano in orge, si davano all'ubriachezza e al gioco d'azzardo.

Nel periodo dei Saturnali tutto era lecito: gli schiavi che indossavano il berretto dei liberti valevano quanto i loro padroni ed erano liberi di dire e fare ciò che volevano, persino di farsi servire a tavola.

Anche i Persiani accendevano fuochi al solstizio d'inverno.

La loro festa era in onore di Mitra, il dio della luce e della lotta contro il male.

Soldati al servizio dell'esercito romano, commercianti e schiavi diffusero il culto di Mitra in Europa, dove per un certo periodo rivaleggiò con il Cristianesimo.

Non si conosce la data precisa della nascita di Gesù, ma è certo che egli nacque sul finire del regno d’Erode il Grande, re dei Giudei, tra il sette e il quattro avanti Cristo.

Per secoli dopo la sua morte furono proposte date diverse, da aprile a dicembre, per la celebrazione del Natale.

Il 6 gennaio, che si riteneva fosse il giorno del battesimo di Cristo, era largamente osservato come giorno natalizio e ancora lo è in alcuni paesi cristiano-ortodossi.

Verso il 330, il 25 dicembre era diventato il giorno della Natività, riconosciuto nell'Impero Romano d'Occidente, confermando una data che i Romani di fede cristiana festeggiavano già solennemente da due secoli.

Sul finire del IV secolo, la Chiesa di Roma proclamò l'Epifania, già consacrata il 6 gennaio in Oriente alla triplice manifestazione di Cristo (adorazione dei Magi, battesimo di Gesù, nozze di Cana), occasione festiva e sacra.

La data del 25 dicembre fa pensare che si sia voluto ricordare la nascita di Gesù, "soIe di giustizia" e "luce del mondo" (come si legge nel Vangelo di San Giovanni), per contrapporsi alla celebrazione pagana del solstizio d'inverno e della nascita di Mitra (dies natalis solis invicti, "compleanno del sole invitto"), che il paganesimo dell’II-IV secolo festeggiava appunto il 25 dicembre.

Sotto l'influsso di San Giovanni Crisostomo e di San Gregorio Nazianzeno, anche l'Oriente, verso il 380, adottò la data del 25 dicembre.

Furono compiuti molti tentativi per separare gli eccessi delle feste pagane dalla celebrazione cristiana della Natività. Lo scrittore greco Origene, che condusse una vita di rigido ascetismo, dichiarò attorno all’anno 200 che era peccato celebrare la nascita di Cristo "come se fosse stato un faraone".

Ciò nonostante, per tutto il Medioevo, fra i nobili e il loro seguito, le baldorie continuarono.

Nell'Inghilterra Tudor il banchetto di Natale, che comprendeva molte usanze trasmesse dai tempi pagani, durava solitamente da mezzogiorno fino a tarda sera.

In Europa, con la Riforma, molte vecchie usanze furono soppresse nei paesi protestanti, fu bandita qualsiasi forma d’esibizione popolare, come processioni, decorazioni e rappresentazioni.

Poco restava del Natale di un tempo.

In Inghilterra, dopo la guerra civile, Oliver Cromwell e i Puritani vietarono le celebrazioni natalizie come pagane e i banditori, ammonivano i cittadini a non celebrare la ricorrenza in alcun modo.

Il giorno di Natale si doveva lavorare come al solito e, per dare l'esempio alla nazione, lo stesso Parlamento restava in seduta.

Il Natale era considerato giorno di digiuno.

Si arrivò a far frugare le cucine e i forni delle case londinesi, sequestrando la carne che era cucinata per la festa tradizionale.

L'editto provocò sommosse in molte città, ma lo spirito del Natale fu prestò spento.

La stessa situazione si ritrova nel Nuovo Mondo sin dal 1621, quando una legge emanata dal governatore Bradford della colonia di Plymouth proibì l'osservanza del Natale.

Con la restaurazione della monarchia inglese sotto Carlo Il, nel 1660, ci fu un ritorno alle vecchie abitudini, ma l'influenza puritana sopravvisse a lungo.

Fu soltanto nel tardo periodo vittoriano che i festeggiamenti dei tempi andati riconquistarono il loro posto nel Natale inglese.

In tutto il mondo, la chiesa, non riuscendo a vietare gli eccessi pagani che erano diventati parte della celebrazione, si sforzò di eliminarne i lati indesiderabili e diede il benvenuto ai riti rimessi a nuovo, accettandoli come se fossero sacri. Le tradizioni cristiane sopravvissero e furono arricchite di nuove usanze.

Il Natale divenne, come oggi lo conosciamo, un’incantevole miscela di devozione cristiana e di piaceri pagani.

In Italia, sede del Papato, il Natale è sempre stato considerato una festa familiare da vivere intimamente. "Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi" recita il proverbio.

Negli ultimi decenni, con la perdita dei valori e del senso del sacro, anche in Italia il Natale è però diventato un affare, in cui ci si preoccupa più delle strenne che del mistero che racchiude.


 

Sussurrato da: ArepoSator alle ore 20:20